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Quando penso a “fallimento lavorativo” nella mia mente si materializza il nome di un’azienda dove ho fatto il mio primo stage. Era da un po’ di tempo che le cose non andavano, non c’era feeling tra il Candidato Ideale e l’Azienda leader del settore. Avevo quindi deciso di mollare quello stage.

Quel giorno lo ricordo ancora oggi come se fosse ieri. Ero arrivato in anticipo di proposito ed aspettavo la mia tutor in reception davanti la macchinetta del caffè per dirle appunto che mollavo. Ero molto nervoso, sembrava che stessi facendo chissà quale torto a qualcuno ma purtroppo non ce la facevo più. Lo stress era tanto e quei ritmi aziendali non erano per me. Questa sconfitta me la porto dietro da due anni e nonostante io abbia provato a rielaborarla quando ci ripenso sto ancora male. 

Lo sai come mi sono sentito durante quei 3 mesi di stage? Una scimmia, ma di quelle stupide che non riescono nemmeno a capire che se ascoltano poi gli dai la banana. Un primate che non capiva e non riusciva ad apprendere.

Lunedì mattina sono davanti alla macchinetta del caffè, quel giorno la mia tutor è anche in ritardo e tutti i colleghi dopo il caffè del mattino stavano salendo per iniziare. “CI che fai non sali?” era quello che mi dissero gli altri due stagisti con cui avevo stretto un po’ (tra ultimi arrivati è più facile legare). “No no, non adesso”, rispondo. ”Aspetto un attimo Silvia per una cosa” (Silvia era la mia tutor, ndr).

La tutor arriva alle 8.35: “Ciao Silvia devo dirti una cosa, guarda ho deciso di lasciare lo stage”. La sua prima risposta è stata “hai trovato lavoro vero?”. Inizia anche a ridacchiare “hai trovato un altro lavoro vero?”, come a dire “furbacchione ti sei trovato un lavoro e molli questo stage del cazzo eh eh eh”. Per lei era assolutamente quella la cosa più ovvia, perché uno stagista dovrebbe lasciare uno stage? Non si era minimamente preoccupata del fatto che mi avesse fatto sentire uno stupido per tutto quel tempo e che mi avesse distrutto l’autostima, lavorativamente parlando.

Non si era minimamente preoccupata del fatto che mi avesse fatto sentire uno stupido per tutto quel tempo e che mi avesse distrutto l’autostima, lavorativamente parlando.

“No no Silvia ho deciso di lasciare perché penso che non faccia per me”. Solo a quel punto lei realizza e forse si sente toccata: inizia col chiedermi cosa c’è che non va e poi esce fuori la sua esperienza da vera team leader (la sto paraculando se non fosse abbastanza chiaro). 

Prima passa al NOIovvero: “cosa possiamo fare assieme per risolvere, possiamo provare un approccio diverso?” . Poi passa all’IO: “forse non ho trovato il modo giusto per farti ambientare, forse il mio modo di lavorare non è come sei stato abituato all’università, BLA BLA BLA”. 


Insomma
le responsabilità sembrano improvvisamente essere di entrambi (il giorno che voglio andarmene a fanculo). Poi tutto ad un tratto aggiunge: “In realtà ho notato che ci sono delle difficoltà oggettive, però le risolviamo non ti preoccupare” . Ma io avevo già deciso, mi ero tolto un peso enorme, ormai lo avevo detto. Sarò anche un coglione ma ho la fortuna di essere testardo, quando prendo una decisione vado avanti e non torno più indietro.

Sono seguiti momenti imbarazzanti, ricordo ancora le due rampe di scale salite assieme nel silenzio più totale perché nessuno dei due sapeva più che cazzo dire. A nessuno dei due fregava più un cazzo di come stesse l’altro o se avesse passato un buon weekend. Arriviamo nel reparto commerciale (dove ero stagista appunto), un open space con 25 persone quindi potete immaginare che la situazione andava di male in peggio. Silvia dice ad alta voce “Signori scusate, volevo informarvi che il CI ci lascia, da oggi non sarà più con noi”. Intervengo io “Si, confermo quello che dice Silvia grazie a tutti per l’esperienza ma ho capito che non è la mia strada. Ad ogni modo vi ringrazio ancora per questa opportunità”.

Io credevo che fosse fatta, ok prendo e vado via. Invece no, c’erano delle pratiche da sbrigare a livello burocratico con le risorse umane: insomma il mio addio andava giustificato, l’azienda doveva pararsi il culo. Tradotto cosa significa? Mi viene dato un foglio bianco A4  sul quale scrivere che ho deciso “spontaneamente” di lasciare lo stage. Un foglio bianco davvero, al punto che prendo la biro ed inizio a scrivere “Io sottoscritto CI interrompo volontariamente la collaborazione lavorativa con l’azienda X per motivi personali. Ringrazio l’azienda X per l’opportunità di crescita professionale e personale”. Il responsabile delle risorse umane mi dice di aggiungere firma e data. Segno la data, firma mia, firma della mia tutor, firma sua, timbro dell’azienda, doppia fotocopia una per l’azienda e una per me.

Avete presente la storia della relatività di Einstein? È vera. Sono stato circa 20 minuti ad aspettare che fossero pronte le fotocopie per il mio rilascio, mi è sembrato che fossero 5 ore. Che cazzo ci vuole a fare 2 fotocopie di merda? Fosse andato in Cina a farle ci avrebbe messo meno tempo. Mentre aspettavo queste benedette fotocopie ero a disagio, sentivo addosso gli occhi di tutti, non avevo nemmeno tolto la giacca. Credevo sarebbe stata una cosa veloce ed invece il tempo non passava più. “Che faccio mi tolgo la giacca pensavo? No ma tienila metti che come te la togli arriva il tipo che ti dice che puoi andare?”. Questo era quello che mi frullava nella testa, quando sei in difficoltà è difficile riuscire a fare pensieri migliori. L’unica cosa sensata che riuscivo a pensare era “tanto tra poco è tutto finito”, me lo ripetevo tipo mantra e avevo la testa abbassata sulla scrivania.

Arriva finalmente il momento di andare, saluto tutti per un’ultima volta tenendo la distanza (questa volta il saluto è ancora più finto dell’arrivederci e buona serata delle 17.30). Chiudo la porta vetrata e mi lascio tutti alle spalle, esco dal reparto commerciale, la mia mano è ancora attaccata alla maniglia ma io mi sento già più leggero: sono più fuori che dentro ormai, scendo le scale velocemente e sono finalmente fuori dall’azienda.

Mi giro per un’ultima volta verso il palazzo come per controllare con la coda dell’occhio se qualcuno mi stesse guardando andar via, ma per fortuna sono solo mie paranoie. Questa volta sono fuori per davvero. Per raggiungere la stazione e prendere il treno ci vogliono 25 minuti a piedi (ovviamente sono uno stagista di merda mica ho i soldi per permettermi una macchina). Ad ogni modo mi avvio, passo svelto e volto coperto, faceva freddissimo quel giorno. Il mio passo è furtivo come quello di un assassino che ha appena lasciato il luogo del delitto, eppure cazzo ho solo mollato uno stage.

La prima cosa che faccio è chiamare mia madre “Mamma gli ho detto che non ci vado più” e inizio a giustificarmi a raffica con lei. Mi interrompe e replica “Ho capito, stai calmo adesso, hai fatto bene, sei giovane, hai il futuro davanti, adesso rilassati e cerca di essere positivo”. Non ho mai avuto dubbi sull’amore di mia madre, ma aver sentito la sua voce in quel momento mi aiutò molto.

Non so perché ma io continuavo a sentirmi in colpa, un fallito ad esser sinceri. Un fallito per aver mollato uno stage dove per 8 ore al giorno (in realtà 9 contando la pausa pranzo forzata con i miei colleghi dove mi sentivo a disagio pure nel prendere il cellulare al tavolo con loro) mi sono sentito uno stupido e stavo male. Che strano a pensarci adesso. Perché l’ho permesso? Questo mi viene da pensare, quanto la disperazione e la necessità di lavorare può portarti ad annullare la tua persona?

Arrivo in stazione e faccio il biglietto, 2 euro e 30. Lo ricordo ancora perché ogni giorno il totale era di 4 euro e 60 tra andata e ritorno. Con i 40 centesimi di resto era fisso il primo caffè della mattina. Penso in quel momento “Chissà se è l’ultima volta che faccio il biglietto per questa tratta”. 
A posteriori posso confermare che lo fu davvero.

 

Intanto salgo sul treno e prendo il cellulare per scrivere anche alla mia ragazza (sì lo so ho chiamato prima mamma e poi la mia ragazza): mi arriva una notifica WhatsApp “Silvia ti ha rimosso dal gruppo aziendale”, sono passati 25 minuti e si sono già dimenticati di me.

Sono stato settimane a meditare su quella scelta, paranoie su paranoie, pippe mentali, notti insonne e a loro è bastato giustamente così poco per voltare pagina.

Il giorno dopo scrivo ad Angelo “Oh merda (così ci chiamiamo), niente ho mollato. Li ho mandati a fanculo. Da oggi di nuovo disoccupato”. Lui mi risponde “Si non ti far problemi che quelli già ne hanno trovato un altro, figurati se pensano a te”. Io sorrido e annuisco.

Intanto apro LinkedIn per aggiornare il profilo (
in quel periodo credevo che servisse a qualcosa, ero uno stagista neolaureato in fondo).

Ad ogni modo scorro il feed: “l’azienda X cerca uno stagista nel reparto commerciale”.

 

PS. se non condividi sei un HR!

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Blogger, Disoccupato

Laureato 110 e lode con Dottorato di ricerca. Nominato da Forbes nella classifica dei top 100 talenti italiani under 30. Non sono nulla di tutto ciò. Al momento disoccupato. Scrivo per alleviare la mia frustrazione.